Pochi nomi, nella storia della danza, riescono ad evocare immediatamente un’immagine, un gesto, una vibrazione poetica. Carla Fracci è uno di questi. Il suo memoir Passo dopo passo, un’autobiografia intima edita da Mondadori, attraversa riflessioni, ricordi, dolorosi bilanci e dichiarazioni d’amore per la danza. È un testamento professionale ed emotivo in cui una delle ballerine più celebri del mondo si racconta senza filtri.

Le radici di una leggenda: l’infanzia, la guerra e l’ingresso alla Scala
Carla Fracci è una bambina gracile nata a Milano nel 1936, figlia di un tranviere e di una giovane operaia.
Con la guerra, viene mandata prima dalla nonna materna a Volongo e poi dalla zia Emma, in campagna, dove cresce all’aria aperta. La scuola non le piace, la disciplina nemmeno. Ma tornata a Milano la mamma la accompagna in Scala per un’audizione: la collocano nel gruppo “da rivedere”. Eppure Ettorina Muzzucchelli, direttrice della scuola, vede in quella bambina magrolina “un bel faccino” e la prende.

La danza però non attecchisce subito. Finché un giorno Margot Fonteyn per La Bella Addormentata la sceglie come paggio con il mandolino. E il coreografo Frederick Ashton le corregge la posizione del dito mignolo. Da quel momento Carla capisce che il teatro non è un gioco: è tecnica, impegno, intelligenza. È un linguaggio.
Comincia così a respirare arte in ogni angolo della Scala: Renata Tebaldi che prova, Pablo Picasso che lavora ai bozzetti, Zeffirelli, Lifar, Massine. Carla osserva e impara.

La metamorfosi artistica: l’incontro con Yvette Chauviré
Decisiva è l’influenza di Yvette Chauviré, la grande étoile francese nel dicembre del 1951 forma Carla non solo tecnicamente, ma artisticamente. Da lei impara la morbidezza del gesto, il controllo della linea, l’importanza del silenzio tra i movimenti.
Nasce così la cifra interpretativa di Carla Fracci: poetica, umana, profondamente teatrale.
Luchino Visconti la sceglie come sostituta per la parte di Silvestra in Mario e il mago, con musiche di Franco Mannino e coreografie di Léonide Massine. Tra gli assistenti alla regia c’è un giovane fiorentino di nome Giuseppe Menegatti. Beppe inizia ad inviarla alla cene che venivano organizzate nell’esclusiva élite di Milano, dove Carla ha l’opportunità di conoscere personaggi illustri come Giorgio De Chirico e Salvatore Quasimodo.

I primi trionfi
Balanchine la sceglie, Zeffirelli la dirige, Margot Fonteyn le affida il ruolo della Fata Confetto ne Lo Schiaccianoci. Intanto, un giovane fotografo della Rinascente le scatta un ritratto nel costume di Cenerentola: si chiama Giorgio Armani. Anni dopo la presenterà come il suo “primo amore”.

Il mito prende forma
Nell’estate del 1957, in tutù rosa e fiori tra i capelli, Carla interpreta la parte che in passato era appartenuta alla Cerrito nel Pas de Quatre di Cesare Pugni. L’anno successivo è la bella principessa ne L’Uccello di fuoco di Fokine, su musiche di Stravinsky. È ancora una ballerina solista del Teatro alla Scala, quando John Cranko la sceglie la posto della prima ballerina, Vera Colombo, per il Romeo e Giulietta che il 26 luglio 1958 avrebbe debuttato a Venezia. Questo scatena la rivalità Colombo-Fracci e arriva alle prime pagine dei giornali. Ma quando Jean Cocteau bussa alla porta del camerino di Carla dopo la première le dice: “L’anima di Giulietta è nelle vostre braccia” il mito ha ufficialmente inizio.

L’America tra Bruhn e Nureyev
Balanchine la invita a New York. La rivista Mademoiselle la nomina “ballerina dell’anno”. Si apre una stagione febbrile, fatta di tournée, prove estenuanti, spettacoli e viaggi.
Nasce la coppia Carla Fracci-Erik Bruhn: poesia allo stato puro, equilibrio perfetto. La loro Sylphide incanta. Sono la “coppia calda della danza”.

Quando Erik si ritira dai ruoli di danseur noble, nel 1972, a continuare la leggenda di Giselle all’American Ballet Theatre, arriva Paolo Bortoluzzi.
Nel gennaio del 1973 Carla interpreta proprio con lui Les Sylphides di Michel Fokine su musiche di Fryderyk Chopin. A luglio la coppia Fracci-Bortoluzzi è al Festival di Spoleto con un estratto da La Sylphide di Bournonville e un pas de deux da Coppélia. Poi di nuovo a New York per interpretare I racconti di Hoffmann di Peter Darrell.
Carla e Paolo diventano i ballerini italiani più famosi dell’epoca.

In coppia con Rudolf Nureyev
Nel marzo del 1966, Carla balla sia insieme ad Erik che a Rudolf Nureyev, in una serata memorabile al Teatro dell’Opera di Roma. Con il primo condivide il pas de deux del balcone di Romeo e Giulietta, da lui creato; con il secondo La Sylphide.
Il pubblico non smette di applaudirli. E da allora arrivano tanti trionfi anche con Rudy. Come ne La bella addormentata nel bosco di Tchaikovsky in cui la coreografia originale di Marius Petipa viene rivisitata da Nureyev stesso.
Genio, tempesta, competizione pura. Ballare con Rudy significa rischiare tutto. Ma lui la trasforma, costringendola a superare ogni limite. È con lui che interpreta una Giselle memorabile, quella della metamorfosi. “Ti sei trasformata in Giselle” le dice Bruhn. E ha ragione.
Carla trasmette la fragilità del personaggio, la sua follia, la sua redenzione. E riconosce che in Giselle c’è molto di sé: la timidezza, il romanticismo, la dolcezza che nasconde un’incredibile forza interiore.
“Mi ripetono sempre che il mio modo di ballare dà emozione: questo è il complimento che preferisco. Ma se riesco ad emozione il pubblico, vuol dire che anch’io mi emoziono: la tecnica perfetta soltanto non fa grande una ballerina.”

Il matrimonio, la maternità, il pregiudizio
Dopo nove anni di fidanzamento, Carla e Beppe si sposano il 7 ottobre del 1964 a Volongo. Cinque anni più tardi, Carla resta incinta e molti pensano che la sua carriera sia finita. Infatti, mentre le ballerine dell’Ottocento erano anche madri, dai primi del Novecento si evitava di rimanere incinta per non rischiare di rovinare il proprio fisico.
Due mesi dopo il parto, l’11 dicembre 1969, Carla è a Roma negli studi RAI di via Teulada per registrare lo show tv di Natale “La notte della speranza”. Il vero ritorno in scena è alla fine dell’inverno del 1970, in Paquita alla Scala con James Urbain, su musica di Ludwig Minkus e coreografia di Marius Petipa. Eseguiti trentadue fouettés il pubblico si rende conto che nulla è cambiato. La stella rimane sempre luminosissima.
Nel Regno Unito, in America, in Australia… suo figlio Francesco è sempre con lei, dietro le quinte tra le braccia di Beppe o della signora Luisa.

Gli anni Settanta e Ottanta: danza, teatro, cinema e televisione
Carla Fracci attraversa ogni linguaggio: danza, teatro, televisione, cinema. Interpreta Tamara Karsavina nel film di Herbert Ross Nijinsky; partecipa allo sceneggiato Verdi di Renato Castellani; danza con Mina, con le Kessler, con Heather Parisi, Raffaele Paganini e Gheorghe Iancu. Compare accanto a Pippo Baudo e nella serata RAI a lei dedicata diretta da Antonello Falqui; con Amedeo Amodio si esibisce in un can-can che Gino Landi ha creato per lei ispirandosi ai quadri di Henri de Toulouse-Lautrec.
Nei momenti di riposo raggiunge Franco Zeffirelli a Positano. Lì incontra Elizabeth Taylor, Leonard Bernstein e Piero Tosi.
Eduardo De Filippo la vuole per il finale danzante di Filumena Marturano. Le insegna che tra i tanti colori del teatro sono le sfumature che devono essere messe in risalto. E anche i gesti più piccoli e banali sono determinati per mettere in scena un personaggio.
Tra il pubblico che accorre a vedere Carla ci sono anche Vittorio Gassman, Renato Guttuso, Anna Magnani, Pier Paolo Pasolini, Giulio Andreotti, Federico Fellini e Vittorio De Sica.

Nei versi dei poeti
La poesia è ad sempre al fianco di Carla: Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo, Edoardo Sanguineti, Maria Luisa Spaziani, Alda Merini, tutti le dedicano dei versi.
Fernanda Pivano decide di adattare il romanzo di Zelda Fitzgerald, la moglie di Francis Scott (interpretato da Massimo Murru), per Carla con la regia di Beppe. Il progetto entusiasma così tanto Giorgio Strehler che lo porta in scena al Teatro Studio, con le musiche jazz di Cole Porter, la voce di Ella Fitzgerald, brani di Claude Debussy, Igor Stravinsky e Erik Satie suonati al pianoforte.

Un’eredità immortale: il gesto che continua
La conclusione del libro è una dichiarazione di amore e responsabilità verso le nuove generazioni.
Il lascito di Carla Fracci è un invito a credere nella danza come scelta totale di vita:
“La danza è sincerità. Non sopporta le maschere.”
Passo dopo passo ci restituisce l’immagine di una donna che ha trasformato la fragilità in potenza scenica, la disciplina in poesia, la vita in arte.
È un libro che parla ai danzatori, agli appassionati, ai lettori in cerca di storie autentiche.

“La danza richiede corpo, cervello e spirito. È un lavoro nel quale devi tenere i piedi per terra.”

L’impegno è alla base del successo. Per questo non ho mai smesso di dedicarmi al mio lavoro con umiltà, senza sentirmi arrivata. Non si finisce mai d’imparare e tutto ricomincia daccapo ogni giorno. Ogni mattina, se sei una ballerina, che tu sia donna di diciassette, ventisette, trentasette o settantasette anni, devi rimetterti dalla sbarra e cominciare dalla prima posizione.”

“Se dai peso alle battute, alle allusioni o alle offese, se quando lavori non difendi la tua fragilità da chi preferisce approfittarne piuttosto che stimarla, sei sconfitto. Tutti possono ferirti, e allora devi presentarti nei loro confronti con la consapevolezza di te e della tua forza.”
Per saperne di più:
- Carla Fracci, Passo dopo passo. La mia storia, a cura di Enrico Rotelli, Mondadori, 2020





