Antropologa, danzatrice, coreografa, attivista. Katherine Dunham non è stata soltanto una figura centrale della danza del Novecento, ma una vera rivoluzionaria del pensiero coreografico. Ha trasformato il corpo in archivio culturale, il movimento in linguaggio politico, la scena in uno spazio di dialogo tra Africa, Caraibi e Occidente.

Le origini e la formazione a Chicago
Nata a Chicago nel 1909, Katherine Mary Dunham cresce in un contesto segnato dalla segregazione razziale, ma anche da una vivace comunità intellettuale afroamericana. Fin da giovanissima si avvicina alla danza, studiando balletto classico, danza moderna secondo le teorie di Jaques-Dalcroze e Rudolf Laban, e forme popolari come la danza giavanese e balinese.
Negli anni Trenta si unisce al Terpsichorean Club e fonda a Chicago il Ballet Nègre, una delle prime compagnie afroamericane, seguita nel 1933 dal Negro Dance Group, centro di studio e formazione per giovani danzatori neri. In questi stessi anni Ruth Page la invita a danzare nel balletto La Guiablesse, segnando un primo riconoscimento nel panorama coreografico americano.
Parallelamente, Dunham intraprende un percorso accademico rigoroso: si laurea in antropologia all’Università di Chicago e ottiene una borsa di studio per studiare le danze tradizionali dei Caraibi, affrontando la danza come espressione culturale profonda e non come semplice intrattenimento.

L’antropologia del movimento: la ricerca nei Caraibi
Katherine Dunham conduce ricerche etnografiche in Haiti, Giamaica, Trinidad e Martinica, studiando rituali, danze sacre e tradizioni afro-diasporiche. La sua metodologia è radicale: non osserva da lontano, ma partecipa attivamente, danza, apprende.
Questa esperienza segna una svolta epocale nella storia della danza occidentale. Dunham comprende che il movimento non è astratto, ma radicato in un contesto sociale, spirituale e politico. Nei Caraibi osserva le commistioni tra danza di origine africana e danza occidentale, sintesi che diventerà uno degli elementi fondanti del suo linguaggio coreografico.
I materiali etnografici raccolti non vengono mai riprodotti in forma documentaristica: diventano invece la base per uno sviluppo creativo complesso, in cui danza, folklore rituale, percussioni, costumi, maschere e scenografia convivono in una visione teatrale strutturata.

Il debutto a New York e l’approdo a Broadway
Nel 1937 Dunham appare per la prima volta a New York con A Negro Dance Evening, uno spettacolo che si distingue nettamente dalle altre produzioni dell’epoca. Pur affondando le radici nelle danze caraibiche e africane, il movimento rivela un’influenza evidente della danza classica e moderna, differenziandosi dal lavoro di coreografi come Pearl Primus, che spesso riproducevano le danze tradizionali in forma quasi documentaristica.
Nel 1940 torna a New York con sedici danzatori per un’esibizione alla YM-YWHA sulla 92ª strada. Il successo è tale che lo spettacolo si trasferisce al Windsor Theatre, dove rimane in scena per tredici settimane. Nello stesso anno debutta a Broadway con il celebre musical Cabin in the Sky, diretto e coreografato da George Balanchine, con un cast interamente afroamericano guidato da Ethel Waters. Dunham vi partecipa come attrice, ballerina e co-coreografa.
Nel 1943 presenta la Tropical Revue, assumendo il pieno controllo creativo come regista, coreografa e interprete. Lo spettacolo teatrale di danza e rivista contribuisce a imporre nel panorama artistico la black-dance.
La sua danza suscita reazioni estreme: la sensualità dei movimenti viene giudicata eccessiva, l’intreccio tra gli elementi caraibici e le altre forme di danza intollerabile. Ma soprattutto, Dunham porta in scena figure femminili nere carismatiche, forti e seducenti, lontane dagli stereotipi della “mammy” e della domestica cinematografica. Le donne nere risultano ora soggetti dotati di dignità.

Cinema, tournée e riconoscimenti
Katherine Dunham collabora a numerose produzioni cinematografiche e hollywoodiane. La sua apparizione più celebre resta nel film Stormy Weather, con i suoi numeri musicali iconici che celebrano il talento e la cultura afroamericana.
In totale Dunham crea oltre 150 coreografie tra spettacoli teatrali e film e lavora per importanti istituzioni artistiche statunitensi. I suoi lavori riflettono costantemente i temi della diaspora africana, i rituali caraibici e l’esperienza afroamericana negli Stati Uniti durante il periodo della segregazione.
Il critico del New York Times, John Martin scrive che Dunham “riesce a trasformare un rituale religioso primitivo in un valido spettacolo teatrale”.

La Katherine Dunham School
Accanto alla creazione artistica, Dunham sviluppa un progetto educativo ambizioso. Dopo aver aperto una prima scuola a Chicago a metà degli anni Trenta, fonda nel 1944 la Katherine Dunham School of Arts and Research a New York, ospitata per un periodo nell’ex studio di Isadora Duncan alla Caravan Hall.
La scuola funziona come una vera università: offre corsi di tecnica classica e moderna, danza afro-caraibica, tip-tap, arti marziali, ma anche storia della danza, notazione, antropologia, filosofia, estetica, religione, lingue, teatro e percussioni. Tra i docenti figurano José Limón, mentre tra gli allievi si annoverano artisti come James Dean e Marlon Brando. Dalla scuola escono star come l’attore José Ferrer, Oscar 1951 per il suo Cyrano, e la cantante ballerina Eartha Kitt.
Successivamente, nel 1967, fonda anche l’ East St. Louis Performing Arts Training Center, concepito come strumento di educazione multiculturale e di trasformazione sociale.
Nel nostro centro l’arte funziona come metodo per risvegliare la consapevolezza, superare l’alienazione e offrire un’alternativa razionale alla violenza.

La Dunham Technique: corpo, bacino e identità
Dalla fusione tra studio antropologico e pratica scenica nasce la Dunham Technique, una tecnica codificata che influenzerà generazioni di danzatori. Il bacino diventa centro propulsore del movimento; le isolazioni del torso, delle spalle e degli arti costruiscono una relazione organica tra ritmo, respiro e gesto.
La tecnica corporea si fonda su tre modelli teorici:
1. Forma e funzione, per comprendere i movimenti nei loro schemi culturali;
2. Comunicazione tra culture, come strumento di comprensione reciproca;
3. Socializzazione attraverso le arti, per formare artisti e comunicatori consapevoli.
A questi si affiancano tre principi filosofici: consapevolezza di sé, distacco, esercizio del discernimento.
La tecnica non è solo uno strumento di movimento, ma diventa un modo di vivere il mondo.

Arte e attivismo: la danza come atto politico
Katherine Dunham è anche un’attivista instancabile. Si oppone alla segregazione razziale, rifiuta di esibirsi in teatri che discriminano il pubblico afroamericano e utilizza la propria notorietà per denunciare le ingiustizie sociali.
Negli anni Novanta intraprende uno sciopero della fame contro le politiche migratorie statunitensi nei confronti dei profughi haitiani, confermando come arte e responsabilità civile siano per lei inseparabili.

L’eredità di Katherine Dunham nella storia della danza
Katherine Dunham muore nel 2006 ma il suo messaggio rimane inequivocabile: non esiste tecnica senza cultura, né danza senza storia. Il movimento è sempre portatore di memoria, identità e visione politica.
La sua figura artistica resta un riferimento imprescindibile per comprendere la danza non solo come forma estetica, ma come atto di conoscenza, resistenza e trasformazione.

Per saperne di più:
- Katherine Dunham, Island Possessed, 1994
- Veve A.Clark, Sarah E.Johnson, Katherine Dunham, Kaiso!: Writings by And About Katherine Dunham, 2006
- Joanna Dee Das, Katherine Dunham: Dance and the African Diaspora, 2017












