La strega è da sempre un personaggio affascinante.
Secondo la cultura maschilista, le donne parlavano troppo apertamente e avevano opinioni scomode. Nel 1486 un manuale profondamente misogino, il Malleus Maleficarum, metteva addirittura in relazione le donne con il diavolo e riconosceva la figura della strega. Si credeva che le donne, considerate il sesso debole, cadessero facilmente in lascive tentazioni del demonio che le sottometteva ai suoi voleri. Molto spesso vicino ad un albero di noce. Fortunatamente, da quando il modello del patriarcato è iniziato ad andare in frantumi la figura della strega si è piano piano riabilitata diventando guaritrice, medium e fata.

Il balletto Il Noce di Benevento
Il Noce di Benevento, come balletto allegorico in quattro atti, va in scena per la prima volta al Teatro alla Scala di Milano il 25 aprile del 1812. La coreografia è del già celebre Salvatore Viganò, che nel 1801 aveva creato, insieme a Beethoven, Le Creature di Prometeo, gettando le basi per il ballo epico e sopprimendo i tradizionali pas de deux di gusto francese a favore dello sviluppo allegorico del soggetto.
La musica, ricca di motivi orecchiabili, che diventano subito popolari, è di Franz Xavier Süssmayr, un allievo di Mozart.
La versione originale della coreografia è andata perduta, come anche la musica, ma i libretti e la critica dell’epoca ci riportano il successo del balletto con frasi come questa di Stendhal “la più bella tragedia di Shakespeare non produce la metà dell’effetto di un balletto di Viganò”.
L’allegoria ha un ruolo preponderante nella storia: il libretto del Noce è sovraccarico di significati simbolici, proponendo una morale in cui la stregoneria non è una semplice superstizione, ma un’indicazione che illumina il giusto cammino della vita.

La trama de Il Noce di Benevento
Il Noce di Benevento racconta di un litigio tra streghe presso un albero di noce, riportando in danza una vecchia leggenda. La complessa trama si evince dal libretto di una versione del balletto riprodotta dal nipote del coreografo, Edoardo Viganò, al Teatro Vittorio Emanuele di Torino nel 1864.
Atto primo
La scena si apre su una selva nel cui mezzo sorge un gigante albero di noce, comunemente conosciuto come polo di attrazione per le streghe e i demoni. La giovane Dorilla sta cacciando insieme al suo sposo Roberto – accompagnato dall’amico Narciso e da un servo – quando il gruppo viene sorpreso da un violento temporale. Dorilla si perde tra gli intricati sentieri e per ripararsi si ferma sotto ad un noce, dove spossata si addormenta.
Due streghe, Canidia e Martinazza, la scorgono e sono intente a conquistarla. La prima fa apparire un enorme cervo (con il quale è raffigurato l’Errore) , mentre Martinazza trasforma un cespuglio in una grande lanterna (simbolo del lume della Ragione). Il male trionfa sul bene, l’Errore prevale alla Ragione e Martinazza tra l’onta e lo sdegno fugge dentro alla sua lanterna, aspettando per la rivincita.
Canidia sveglia così la bella Dorilla: questa all’inaspettata vista del cervo cerca di ucciderlo, ma Canidia trattiene il colpo e con un sortilegio la fa entrare nel ventre dell’animale.

Atto secondo
Ci troviamo ora nel ventre del cervo, dove Dorilla, privata del sentimento della virtù ed invasa dall’Amor proprio, dalla Vanità e dalla Volubilità (simboleggiati da tre fanciulli), si concede a tre amanti. Questi figurano le tre età dell’uomo: la Gioventù che seduce con la freschezza; la Virilità che seduce con il vigore; e la Vecchiaia che conquista con il denaro.
Intanto, dalla lanterna di Martinazza, Roberto vede la cattiva condotta della moglie e insieme al suo amico e al suo servo vorrebbe uccidere il cervo. Ma Martinazza svela al cacciatore che in realtà sta per uccidere la sua Dorilla, la quale per opera magica è stata trasportata nel ventre dell’animale. Però, Roberto è furibondo alla vista della moglie in preda al vizio e non ascolta più la Ragione. Durante lo scontro, Roberto, Narciso e il servo si scostano dalla luce della lanterna di Martinazza e non vedono più quanto succede nel ventre del cervo, rimanendo così immobili e storditi.

Atto terzo
Siamo di nuovo vicino all’albero di noce. Martinazza manda delle ragazze in aiuto ai tre uomini, le quali con un tocco magico gli ridanno i sensi e la volontà. La prima fanciulla reca al servo un tamburo, simbolo della vigilanza, che battuto tre volte farà abbassare la fronte al cervo. L’altra ragazza porge a Narciso un cavolo, simbolo dell’adescamento o della persuasione. L’ultima offre a Roberto una lancia, simbolo della forza, con la quale egli trafiggerà il capo del cervo, mentre questo sarà intento a mangiare il cavolo.
Ma Canidia manda a vuoto il piano della rivale.
Allora Martinazza ricorre a nuovo stratagemma inviando ai tre uomini un corno, una corda e una sega. Ma anche questo non risulta essere sufficiente, perché Roberto non potrà mai venir a capo della sua impresa, finché avrà per compagni la Debolezza dell’amico e l’Ignoranza del servo. Capito ciò, Martinazza fa entrare nella sua lanterna solo Roberto, abbandonando nel bosco il servo e l’amico che si lasciano sedurre dalle attrattive di un ricca vecchia che è in realtà un demonio.
Roberto questa volta esce dalla lanterna provvisto di una zucca (simbolo del senno), di un ramo di castagno selvatico (simbolo della previdenza) e di una scure (simbolo della forza). Dorilla va incontro allo sposo, sotto le spoglie di modesta lattivendola, e con moine e lusinghe lo induce a bere il latte dell’oblio: egli le cede la scure e il fatato ramoscello, e sta per dargli anche la zucca quando è allertato da Martinazza. Così Roberto rientra in sé e con la zucca riporta anche la traviata consorte alla ragione. Con il ramo di castagno fa poi piegare le ginocchia al cervo e con un balzo gli recide le corna. Il demonio, che dava forma al cervo, svanisce nell’aria. La vigilanza di Roberto è quindi servita a ristabilire l’ordine.
La tenebrosa selva si trasforma nel tempio della Virtù, dove sono rinchiusi dentro una gabbia la malefica Canidia, Narciso e il servo.
Atto quarto
L’ultimo atto è consacrato alle festose danze che terminano l’azione.

Il coreografo Salvatore Viganò
Salvatore Viganò (1769-1821) ballerino, coreografo e compositore italiano, nasce a Napoli da una coppia di danzatori: Onorato Viganò e Maria Ester Boccherini. Studia danza con il padre, che lo fa debuttare in teatro all’età di 14 anni. Contemporaneamente studia anche composizione con lo zio, il grande compositore Luigi Boccherini, fratello della madre. Diventa allievo del danzatore e coreografo francese Jean Dauberval, con il quale conosce il ballet d’action e le teorie di Noverre.
Com’è solito a quel tempo, sposa una danzatrice, Maria Medina, con la quale si esibisce in tutta Europa. Viene nominato maître de ballet all’Hoftheater di Vienna. Perfeziona la sua idea di dramma danzato che successivamente verrà definita coreodramma. Per Viganò infatti, oltre alla tecnica accademica, è importante che il gesto assuma un valore psicologico creando un pathos. La pantomima diventa danzata e sembra creata sulla musica con naturalezza ed originalità. Cosa che contraddistingue il corpo di ballo scaligero, modellato appunto da Viganò che dal 1813 diventa maître de ballet proprio a Milano. Nel suo percorso Viganò ha creato numerose coreografie per un repertorio totale di circa quaranta opere.

La conquista di Benevento
Benevento è una città ricca di fascino, famosa anche come Città delle Streghe. Già l’antico nome della città era Maleventum, poi modificato perché ritenuto sfortunato. Ma la leggenda legata al Noce risale alla conquista di Benevento nel VI secolo ad opera dei Longobardi: mentre la maggior parte degli abitanti si era convertita al cristianesimo, alcuni veneravano ancora Dei pagani, in particolare Iside, Diana ed Ecate, la Signora degli Inferi. I Longobardi, inoltre, avevano il culto degli alberi. Tra i loro riti ce n’era uno che consisteva nell’appendere ad un albero sacro, un Noce, la pelle di un caprone che veniva fatta a brandelli e mangiata dai guerrieri a cavallo che vi correvano freneticamente intorno. Questo rituale non era di certo ben visto dai cristiani, i quali lo ricollegarono alle streghe che con le urla chiamavano il diavolo al loro rito orgiastico.

Curiosità sull’albero di Noce
Il Noce come albero non ha mai goduto di buona fama. I suoi frutti, che sono racchiusi in un involucro ligneo, ricordano un cervello nella scatola cranica. Inoltre, alla base del tronco l’erba cresce più rada e le sue foglie contengono sostanze tossiche per l’uomo. Già Plinio affermava che sedersi sotto ad un noce poteva causare forte mal di testa. Giordano da Bergamo, nella sua Indagine sulle streghe del 1470 circa, ricorreva alle teoria degli umori per sostenere che sotto l’ombra dell’umido noce il cervello della strega, anch’esso umido, poteva creare immagini illusorie. La leggenda prosegue negli anni fino al 1634 quando Pietro Piperno, autore del De Nuce Maga Beneventana, tradotto poi nel 1640 in Della superstiziosa noce di Benevento, identificava l’albero sacro venerato dai Longobardi con il noce. L’albero di noce è stato quindi accostato al concetto di bene e male: le sostanze capaci di guarire, se manipolate in modo errato, possono diventare maligne. Natura ambivalente che facilmente si può accostare a quella delle streghe.
Riguardo alla collocazione dell’albero raccontato nella leggenda, si pensa fosse nella tenuta del nobile De Gennaro che costeggiava il fiume Sabato. Probabilmente la coincidenza tra il nome del fiume e Shabbath/Sabba non è casuale. La zona, inoltre, era il principale luogo in cui le donne raccoglievano erbe medicinali ma anche allucinogene come l’aconito, la belladonna e l’antimonio.

La leggenda delle Janare
Leggenda vuole che le streghe di Benevento siano Janare, che di notte spiccano il volo, a cavallo di una scopa di saggina, pronunciando la frase magica “Unguento unguento portami al noce di Benevento, sopra l’acqua e sopra il vento e sopra ogni altro maltempo”.
Il nome janara sembra derivare da Dianara, sacerdotessa di Diana, dea romana. I giochi di Diana, in cui si riunivano le janare, erano banchetti arricchiti con musica e danza anche detti Sabba. Le janare erano esperte di erbe medicinali, curative, narcotiche e stupefacenti. Le usavano nelle pratiche magiche, come nella fabbricazione dell’unguento che le permetteva di diventare incorporee come il vento e volare. Secondo la tradizione il loro punto debole erano i capelli, dai quali si poteva acciuffarle. Inoltre, si diceva che chi riusciva a catturare una janara nel suo stato incorporeo avrebbe ottenuto, in cambio della sua libertà, la protezione della janara sulla tutta la famiglia per sette generazioni.

Il Liquore Strega
Alla leggenda delle streghe di Benevento si è ispirato non solo il balletto ma anche il famoso Liquore Strega.
Nel 1834, la famiglia Alberti, originaria di Napoli, si trasferiva a Benevento e apriva un Caffè nella piazza principale della città. Qui nel 1860 avviava la produzione del Liquore Strega, a memoria delle leggende che circondavano la città. Questo digestivo costituito da 70 ingredienti tra erbe e spezie si è così legato all’identità di Benevento. Guido Alberti, attore e discendente della storica famiglia, insieme alla scrittrice Maria Bellonci, darà poi vita a Roma al Premio Strega, un Premio letterario assegnato ogni anno ad un romanzo italiano.

Nelle credenze popolari la leggenda delle streghe sopravvive ancora oggi. Si arricchisce di aneddoti e si manifesta in atteggiamenti superstiziosi e paure. Nella danza, come nel cinema e nel teatro le streghe vanno spesso in scena lasciando una scia di magia e sortilegio.












